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Amore per se stessi

Parliamo della bellezza e dell’amore per se stessi. Forse sono sensibile a questo argomento, ma perché questo messaggio di amarsi e vedersi belli viene sempre da gente alta e magra e dal corpo e dalla vita perfetti? È come se “loro” fossero seduti su una fonte di possibilità infinite e “noi” invece seduti qui ad ammirare e desiderare di essere come loro. Poi, come un proclama divino, ci viene data l’indicazione che tutto quello di cui abbiamo bisogno è amare di più noi stessi e guardare alla nostra bellezza interiore per risvegliare gli dei e le dee presenti in noi. Come se un semplice “puf” bastasse a farci levitare in un’atmosfera di amore per noi stessi che risplende di bellezza.
Forse sono cinica, ma da tutto questo non ho mai tratto grande aiuto.
Possiamo guardarci e pensare che accanto a noi ci sia una di quelle persone perfette, ma quanti di noi possono affermarlo? Quanti di noi possono dire di aver ottenuto qualcosa facilmente, senza lottare con le unghie e con i denti per ogni assaggio di successo ottenuto?
Tutti noi abbiamo un passato in cui ci siamo sentiti brutti e diversi, che ha lasciato profonde impronte sulla nostra psiche. Quando non assomigli a nessun altro, non parli come nessuno altro, trovi difficile credere a te stesso che ti dici quanto sei bello e perfetto così come sei. Quando non ti senti amato dal mondo è difficile decidere di amare se stessi incondizionatamente.

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Tutti noi abbiano ricevuto un’infinità di rifiuti nel corso della vita e il rifiuto fa male, da chiunque o da qualunque cosa arrivi. Non importa da dove arriva, fa sempre male. Come quando ci siamo sentiti dire che non siamo all’altezza o che non possedevamo i requisiti o semplicemente che la nostra compagnia non era gradita.
Chi di noi non ha mai avuto il cuore spezzato o si è sentito dire di no? Il mio cuore è stato spezzato migliaia di volte, e i no sono stati molti più dei si.
Invece di lasciarci andare al dubbio e scivolare nella paura, abbiamo dovuto lottare e scegliere la fede, che ci ha richiesto sforzo e disciplina. Solo così abbiamo potuto focalizzarci sulla nostra verità interiore, che rimane come nostro valore intrinseco, indifferente all’approvazione di qualcun altro.
Può essere molto dura nel nostro mondo sempre più digitalizzato resistere alla tentazione di misurare il nostro valore in parametri di likes e impegni. Ma davvero il nostro valore è intrinseco, inalienabile, e non può essere comprato, venduto, misurato o ottimizzato. Noi siamo interi e completi.
Qualche volta abbiamo bisogno di dirlo a noi stessi più e più volte. Sentiamo la nostra voce che lo dice: “sei intero e completo, sei degno, sei bravo abbastanza, lavori molto duramente e ti meriti tutto”. Ogni volta che sentiamo il bisogno di ascoltare quelle parole, prendiamoci il tempo di valorizzare e amare noi stessi.
Ciò che pensi diventa la tua realtà, perciò è fondamentale prendersi il tempo per praticare pensieri positivi che affermano la vita. Ma non sempre i pensieri coscienti sono gli unici a creare la nostra vita. Sono le convinzioni inconsce, profondamente radicate, di cui noi abbiamo solo piccoli accenni, che più spesso definiscono il grande schema delle nostre esistenze.
La maggior parte della nostra vita è governata da schemi, così sistematici radicati nel substrato della mente e del corpo, che non abbiamo consapevolezza del loro operato. Nello yoga questi schemi si chiamano samskara. Questi modelli di pensiero lasciano dei solchi nell’architettura del nostro modo di pensare, al punto di pensare che ci governino e che stabiliscano il tipo di vita che conduciamo.
Anche quando scriviamo una lista di affermazioni o cerchiamo di dire a noi stessi quanto siamo degni d’amore e successo, i semi dell’auto sabotaggio sono in agguato. Se l’auto sabotaggio sopravvive nonostante i nostri sforzi più grandi, probabilmente i samskara sono all’opera.
Ed ecco che proviamo un profondo senso di inadeguatezza che sfocia qualche volta in senso di assolta inutilità. Ci sentiamo al meglio quando le cose vanno avanti, ma quando incontriamo un ostacolo è difficile continuare a farlo. Quando vediamo qualcun altro vivere la vita che vorremmo, possiamo facilmente sentirci gelosi o delusi da noi stessi. Oppure esplodiamo come con gli attacchi di panico, o implodiamo cadendo in profonde depressioni.
Ma giungere al benessere mentale richiede molto impegno e duro lavoro.
Non significa essere perfetti, ma iniziare ad acquisire la percezione del proprio vero valore. Ci sono state sicuramente moltissime volte in cui abbiamo cercato negli altri quello che può completarci, guarirci, aggiustarci o guidarci. Abbiamo così gettato via il nostro potere e assegnato a queste persone il merito di tutti i momenti magici della nostra vita. Non pensiamo mai di essere noi quelli che portano la magia… Ma averne consapevolezza può finalmente portarci ad assaporare la nostra.
Gli schemi di pensiero profondamente radicati sono estremamente difficili da gestire e il più delle volte si sono strutturati prima ancora di averne coscienza. Come bambini infatti, iniziamo a costruire un senso di identità ancora prima di iniziare a parlare. Siamo empatici prima di essere verbali, sentiamo prima di poter articolare e descrivere ciò che sentiamo.
Molti di noi sviluppano fin da molto piccoli la sensazione di essere fuori dall’ordinario, dal “normale”, e qualcuno non si adatterà mai, non ottenendo mai l’approvazione generale. Altri ancora si sentono inferiori rispetto agli altri per il loro aspetto, perché sembrano diversi.
La pratica dello yoga invece è meritocratica e l’unica cosa che serve a renderci degni è la pratica. Non è necessario padroneggiare posizioni pazzesche, ma praticare 6 giorni a settimana. I praticanti di yoga hanno uguale rispetto per tutti, sia che si stiano cimentando con le pose di base sia con quelle avanzate. Il fatto stesso di cercare di lavorare duramente su se stessi rende umana la pratica. Questo non significa che tutti dobbiamo lottare, ma è quello che di solito facciamo. E, in un certo senso lottare insieme, è come creare le radici della compassione.
Prima che lo yoga fosse un fenomeno mediatico, prima che ci fossero i like, quando la pratica era solo di pochi che ricercavano la conoscenza del profondo senso di sé, già questa disciplina offriva la via per la scoperta di noi stessi, della nostra bellezza e dell’amore per noi stessi.
Ed è attraverso questa pratica che anch’io trovo me stessa, la mia bellezza e l’amore per me stessa. Perciò non mi metterò a raccontarvi che tutto quello che serve per cambiare il vostro mondo è amarvi. Non vi racconterò bugie. Sono convinta che dobbiamo tutti praticare ogni giorno per trovare noi stessi nella pratica, soprattutto se il nostro sincero desiderio è che il nostro mondo cambi.
Abbandoniamo gli standard materiali per valutare noi stessi, perché ci saranno sempre standard esteriori che ci diranno che non siamo all’altezza. Non tutti sono alti, io ad esempio e alcuni sono più bassi di altri. Perciò che senso ha dire che siamo tutti alti uguali? È una bugia, esattamente come quella che ci descrive tutti belli fisicamente.
È vero che tutti noi possediamo bellezza, ma non siamo certo tutti uguali ed è qui che la pratica dello yoga diventa interessante.
Tutti noi siamo stati creati uguali e assolutamente bellissimi nello spirito. Non appena vediamo noi stessi attraverso gli occhi dello spirito, realizziamo che il nostro vero valore non può essere misurato o giudicato attraverso l’aspetto. È nello spirito il nostro vero valore. Per amare e vedere veramente noi stessi come gli esseri meravigliosi che siamo, dobbiamo cambiare il nostro intero paradigma di consapevolezza.
Nello spirito, tutte le ricchezze del mondo sono spazzatura senza valore. Nello spirito risplendiamo della bellezza del nostro cuore.
La pratica è liberatoria ed illuminante perché ci dona l’opportunità di assaggiare l’essenza dello spirito. Nei piccoli spazi tra ogni respiro, proprio quando si è al limite della lotta per realizzare una posizione, si giunge a percepire la luce infinita che risplende sulla nostra anima a partire dalle crepe del nostro cuore spezzato.
Nei momenti bui possiamo trovare conforto nella pratica, non perché le posizioni ci permettono di dimostrare il nostro valore, ma perché nello spazio silenzioso all’interno del corpo può avvenire il risveglio della verità intrinseca al proprio valore personale.
Tu sei prezioso. Sei stato inviato qui per una missione che solo tu puoi compiere. Tu conti, tu hai la tua personale magia. Non importa quanto buia sia la tempesta, non importa se quella tempesta sta accadendo nella tua mente, nel tuo cuore o nella tua vita, le nuvole verranno spazzate via alla fine.
La luce un giorno farà breccia anche attraverso l’oscurità più profonda. Troverai la tua magia, magari non sempre trionfante come un grande eroe di ritorno dalla battaglia, ma qualche volta si.

Insegnante formatrice: Patrizia Lodigiani

Maitri – Amorevolezza Gentile

In sanscrito Maitri significa amorevolezza gentile, l’equivalente di Metta, nel Buddhismo.
È un’attitudine alla gentilezza da perseguire nella propria vita, volta a trasformare il nostro mondo in un luogo più pacifico. In qualità di yogi impariamo a coltivare un approccio gentile e amorevole verso noi stessi, attraverso la pratica.Molti studenti iniziano a praticare yoga con lo stesso approccio mentale che adottano per superare obiettivi, approccio auto giudicante o lo stesso utilizzato per raggiungere traguardi superiori alle proprie possibilità, lo stesso che si ha fuori dal tappetino.
La pratica sintonizza lentamente il nostro cuore verso l’amore e il perdono.

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Quando ciò avviene, invece di impegnarci fino alla morte nelle posizioni che non riusciamo a fare, impariamo a celebrare la bellezza del viaggio verso alcun attaccamento verso il risultato finale.
Lo yoga ci permette di sperimentare una sensazione di libertà, insegnandoci a lasciare andare tutti i pensieri auto-limitanti, che le nostre menti generano continuamente. Ecco perché essere gentili verso noi stessi è la lezione che più è in grado di migliorarci lungo il cammino dello yoga.
Si vedono spesso studenti che, una volta saliti sul tappetino, praticano con forza e aggressività, anche se sostengono di perseguire gentilezza e pace.
Il corpo non mente.
La verità è evidente a se stessa.
Lo yoga ha bisogno di tempo per rimuovere tutti i pensieri inutili e i giudizi stratificati. E dopo anni di pratica resta un cuore puro e uno spirito luminoso. Ma è un processo che non si può forzare.
Solo immergendoci profondamente nella pratica possiamo giungere a rivelare la verità su chi siamo veramente.
Solo quando avremo imparato davvero questa lezione per noi stessi, saremo capaci di essere veramente gentili con gli altri.
Si ha grande bisogno di amorevolezza gentile quando ci si relaziona a qualcuno che compie azioni tossiche o nocive. Com’è possibile mantenere un’attitudine di gentilezza e contemporaneamente stabilire confini chiari, esprimendo i propri sentimenti feriti? Sicuramente non è facile.
Yoga non significa avere tutte le risposte, ma scavare a fondo per trovarle, prestando ascolto alla saggezza interiore quando sorgerà. Non c’è un modo perfetto per navigare in una situazione difficile. Quando il giorno finisce, quello che conta è ciò che è nato dall’amore.
Quando l’intenzione è ottenere o cercare vendetta, il meglio che si possa fare è lasciare andare. Perché se si agisce con amore, anche quando si viene respinti, rifiutati, la nostra mente resterà calma. Ci sono infinite possibilità di praticare la gentilezza verso le persone che ci feriscono.
Quando ci sentiamo minacciati nella nostra realtà lavorativa, o quando gli amici ci ostacolano o ci rimuovono dalle loro vite, il nostro cuore fatica a trovare la gentilezza, al contrario, vorremmo dare sfogo alle nostre emozioni più forti e reagire.
La pratica può mantenerci sani. Attraverso la pratica del respiro, la concentrazione su un punto e le posizioni possiamo tornare lentamente ad un luogo di calma stabile. E la risposta che sempre troveremo nella calma è quella di agire con gentilezza.
Essere gentili non significa non avere limiti, ma significa fare ciò che deve essere fatto più gentilmente possibile.
Significa trattenersi dall’azione quando si è in balia di reazioni istintive e magari meschine, e fare del proprio meglio per dare agli altri il beneficio del dubbio.
Chiediamo a noi tessi quali sono i motivi alla base di ogni nostra azione, e se non nascono dall’amore, ricominciamo da capo.

Insegnante formatrice: Patrizia Lodigiani

31 Ottobre

Forse non tutti sanno che il 31 ottobre è un momento particolarmente importante della vita comunitaria da tempi immemori. Quella che noi conosciamo come Ognissanti è in realtà una festa dalle radici antichissime giunta fino ai giorni nostri grazie alle popolazioni celtiche, che hanno calpestato lo stesso suolo su cui oggi noi camminiamo. La cristianizzazione del Nord Europa ha portato alla sostituzione, sia in termini di ritualità che di contenuti, con la, a noi più nota, ricorrenza dei Morti, che cade il 2 di novembre e non il 31 ottobre.

Il nome celtico per la festa di Ognissanti è Samhain: significa semplicemente “fine dell’estate” e indica il mese di novembre. Indica l’arrivo della parte oscura dell’anno, ovvero l’inizio dell’inverno in senso stagionale. I Celti in origine avevano solo due stagioni, una che iniziava a Samhain e una che iniziava a Beltane, solo più tardi vennero aggiunte altre due stagioni, la primavera e l’autunno. Si parla di capodanno celtico perché  per loro l’anno iniziava con la sua parte oscura e il giorno con le ore notturne. Ecco perché le feste celtiche iniziavano sempre al crepuscolo del giorno prima. basti pensare ad Halloween dei paesi anglosassoni : Halloween deriva dalla contrazione delle parole All Hallow’s Eve, ovvero Vigilia di Ognissanti.

Il giorno che segna la fine di un ciclo e l’inizio di un altro, non appartiene ne al passato ne al futuro, ma è “oltre il tempo” quasi una scintilla di eternità. La stessa interpretazione la si può trovare nel calendario Maya dove si trovano giorni fuori dal tempo con particolari poteri magico-sacrali. Il calendario egizio ne prevedeva cinque, aggiunti per far coincidere l’anno lunare con quello solare, che non appartenevano ad alcun mese e perciò considerati sacri, fuori dal tempo.

Samhain è un momento critico dal punto di vista energetico, perché, non appartenendo al tempo quotidiano, è un passaggio fra la realtà del nostro mondo e altre dimensioni. In questa occasione si dice che il velo del tempo si solleva e si può comunicare con altri livelli di esistenza. In questo giorno, o più precisamente in tutto il periodo tra Samhain e il Solstizio d’Inverno, la cosiddetta “notte dell’anno”, i vivi possono incontrare i morti perché i primi possono visitare l’aldilà e i secondi possono tornare tra i vivi.

Si festeggiava la vita nella morte, senza alcuna tristezza, per ricordare che in ogni fine vi è un nuovo inizio, e ogni morte in questo mondo è un rinascita nell’altro. Queste credenze hanno lasciato qualche traccia nelle celebrazioni cristiane dei defunti, ma Samhain diventò Ognissanti, che nel calendario cristiano cadeva il 13 maggio e che fu spostata al 1° novembre da papa Gregorio IV nell’anno 834 ed estesa al mondo cristiano intero solo nel 1475.

Samhain era una festa solenne, che poteva durare anche una settimana. Si trattava di una festa molto pratica: in questo periodo precedente l’inverno, gli animali al pascolo venivano ritirati nelle stalle e si faceva conto del foraggio disponibile al loro mantenimento per l’intera stagione, così i capi in eccesso venivano macellati e la carne doveva essere consumata perché non era possibile conservarla. Perciò veniva divisa con tutti i membri del clan, persino i più poveri venivano accolti dai più ricchi e dai capi. Anche i prodotti della terra dovevano essere raccolti prima del 31 ottobre altrimenti lasciati ai folletti dispettosi e malvagi.

Il fuoco di Samhain era anche un faro e una guida per le anime perdute che serviva loro per ritrovare la via per il luogo di riposo.

L’uso di mascherarsi deriva anch’esso dall’antichità, sempre associato agli spiriti dei defunti.

Il dolcetto invece è associato all’usanza di offrire del cibo ai morti per propiziarsi il loro potere, perché gli antichi, se da un lato avevano timore  di una loro eventuale vendetta, dall’altro la loro benevolenza poteva favorire il nuovo raccolto.

Approfittiamo di questo periodo dell’anno in cui la Natura muore apparentemente, ritirandosi in se stessa come i semi si ritraggono nel terreno, per raccoglierci in noi stessi, per far scivolare la mente dall’esteriorità all’interiorità. È tempo di riflessione, di esplorazioni interiori per scoprire quegli aspetti di noi che devono essere cambiati per poter iniziare una nuova vita.